Il Grande Mare è soltanto uno dei molti modi in cui le civiltà antiche hanno chiamato il Mediterraneo. Denominazioni che dipendono dalla sua posizione, dal rapporto con le terre che bagna e dai legami con i popoli che vivono sulle sue sponde. Mare Magnum, “mare che sta dietro“,mare dei Filistei sono alcune delle accezioni più comuni, rintracciabili pure nella Bibbia. Per i latini Mediterraneus significa “in mezzo alle terre”, ovvero che il mare non è dove finisce una terra ma dove ne comincia un’altra, un “medium” tra diversi piuttosto che un confine o una barriera. Ai tempi dei Romani assume lo stesso valore anche Mare Nostrum, perché si trattava di un lago interno al loro sterminato Impero. Oppure Mare Magnum perché in confronto ad esso gli altri mari sono piccoli. E ancora, per i Turchi era il Mare bianco e il Grande verde per gli Egizi.

Crocevia di popoli e culture

Da sempre il Mar Mediterraneo è stato un crocevia di popoli, culture, lingue, religioni, che ne hanno fatto il cuore pulsante del Vecchio Mondo. Qui hanno preso forma le tre religioni scaturite dal ceppo di Abramo: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Qui la civiltà greca ha dato forma alla nostra filosofia e all’arte. Dall’Impero romano abbiamo ereditato le leggi. Sulle sponde del Mediterraneo è fiorita la civiltà tardoantica, medievale e rinascimentale con Costantinopoli, Roma, Venezia, Firenze.

A raccontarne le vicende ci pensa lo storico britannico David Abulafia nel suo saggio Il Grande Mare: storia del Mediterraneo, corposa ricostruzione di 600 pagine, ma molto affascinante, fin dai primi insediamenti preistorici ai nostri giorni. Pubblicato per la prima volta in Italia nel 2013 da Mondadori questo volume offre un ampio affresco sui maggiori eventi che nel corso dei secoli hanno plasmato la geopolitica dell’antico “Mare Nostrum” romano, con effetti spesso visibili ancora oggi.

Non a caso il titolo del libro è ripreso da una preghiera ebraica – “Benedetto sei tu, Signore, nostro Dio, re dell’Universo, tu che hai creato il Grande Mare” – e vuole essere un omaggio che Abulafia. Inglese ma di origine sefardita, lo storico dedica questo volume ai suoi antenati, che per secoli hanno percorso il “Mare tra le Terre” (p. 7) lungo tutta la sua lunghezza. Da qui si palesa la profonda connessione tra l’autore e l’argomento del libro.

Il mare è la storia di chi quelle acque le ha navigate, trovandoci prosperità e morte.

Imprese di marinai e mercanti

Abufalia nel suo volume si occupa solo marginalmente delle storie dei grandi re e condottieri. L’autore preferisce focalizzarsi su eventi come la fondazione e l’ascesa delle più importanti città mediterranee, come Cartagine o Venezia.

Alla storia di questi grandi insediamenti si affiancano le imprese di quei marinai, mercanti, corsari e pirati che più di tutti contribuirono a rendere il Mediterraneo quel crocevia di popoli, merci e idee che tanto hanno contribuito alla storia e al progresso dell’umanità. Lo storico Abufalia cerca di seguirne i destini, tutti imparentati dalla comune e sempre presente caratteristica: il commercio.

La storia del nostro mare è, infatti, soprattutto questo: la storia commerciale di chi ha accumulato ricchezze enormi e di chi invece si è visto privato delle stesse. Dalle colonie fenice, passando per il predominio romano, l’epoca d’oro musulmana e poi la gloria delle Repubbliche Marinare, il dominio Ottomano, la ragione di stato delle nazioni moderne, il turismo di massa.

Il traffico delle merci

La stessa attenzione viene rivolta agli elementi naturali (dai venti al clima), al traffico delle merci, alle navi, alle piccole comunità insulari e alle vivacissime città portuali sparse lungo tutte le coste del grande mare, che per secoli hanno stimolato la circolazione di idee e di credenze religiose. Fino a quando, nel XX secolo, la pacifica e feconda convivenza fra genti diverse ha ceduto il posto a massacri e pulizie etniche, lasciandoci un Mediterraneo sempre più drammaticamente sospeso tra Oriente e Occidente.

Al termine del libro di Abulafia si rimane frastornati, stanchi come alla fine di un lungo viaggio. L’autore narra il tutto con sorprendente facilità e accessibilità. Sia chiaro: non è un libro dalla facile lettura. Soprattutto in termini geografici, “Il grande mare” necessita conoscenze ben sopra la media (ammettiamo di averne letto numerosi passaggi con una cartina geografica a portata di mano). Tenendo conto della complessità dell’argomento, il risultato è davvero notevole.

Ci accorgiamo, soprattutto, che tutta quella storia di cui abbiamo letto non è ancora finita e che ora tocca a noi scrivere il capitolo sul sesto mediterraneo; per ora il mare delle guerre da cui scappano milioni di persone che cercando accoglienza trovano invece la morte.

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