Scusa cara, vado a farmi due bordi. Però torno presto, sto via solo due o tre mesi! Nel frattempo, ho percorso almeno 30.000 miglia nautiche (un po’ meno di 50.000 km) da un capo all’altro del Globo Terreste, via mare. Ho visto solo acqua e sentito solo il fischio del vento. Certo, certo, non ti preoccupare ti mando un messaggio WhatsApp… 😉

Chissà se la pensano così i 33 skipper temerari, dei quali 6 donne, nell’affrontare  il Vendée Globe, una vera e propria circumnavigazione, in solitaria e senza assistenza, attraverso gli Oceani! L’unico italiano in gara è Giancarlo Pedote (@giancarlopedote75 se volete seguirlo su FB e @giancarlopedote su Instagram o @VendeeGlobe @GiancarloPedote @PrysmianOcean su Twitter).

La gara è partita domenica 8 novembre da Les Sables-d’Olonne, nel dipartimento francese di Vendèe per una rotta che sostanzialmente ripercorre la clipper route,  tragitto tradizionalmente percorso da navi clipper tra Europa ed Estremo Oriente, Australia e Nuova Zelandada, da Ovest a Est dell’Atlantico sfruttando i forti venti occidentali dei “Ruggenti Quaranta” (di cui vi parliamo più sotto).

Quindi, partenza nella nebbia, almeno quest’anno, da Les Sables d’Olonne, discesa dell’Atlantico, poi i passaggi di Capo Buona Speranza, Capo Leuwin e Capo Horn. Infine, la risalita dell’Atlantico fino al ritorno sempre a Les Sables d’Olonne, per un totale di oltre 25 mila miglia sulla rotta più breve che per la maggior parte delle volte diventano quasi 30 mila.

La competizione è senza possibilità di attracco o di assistenza esterna (pena l’esclusione).


Ideata e fondata dal velista Philippe Jeantot nel 1989, la regata ha cadenza quadriennale fin dal 1992. E per ovvi motivi è una delle più difficili prove di resistenza individuale, psicologica e tecnica. Fu lo stesso Jeantot, insoddisfatto delle formule “a tappe” come la BOC Challenge (oggi Velux 5 Oceans Race), nelle edizioni 1982-83 e 1986-87 – pur avendole vinte entrambe – a voler cercare il limite dell’umano ideando la competizione non-stop in solitaria. E’ dedicata agli animi più intrepidi e aperta ad ogni tipo di imbarcazione a scafo singolo, purché conformi ai parametri della classe Open 60 (prima del 2004, la competizione era estesa anche agli Open 50), oltre a un pacchetto di limitazioni tecniche date dal regolamento.

Il vento è un ruggito assordante

L’espressione “Quaranta Ruggenti” (Roaring Forties, come dicono gli anglosassoni a cui piace distinguersi…) si riferisce infatti ai venti furiosi delle latitudini oltre i 40° ed è stata coniata dagli inglesi all’epoca dei grandi velieri che passavano per Capo Horn. Sono i venti che soffiano lungo le fasce di oceano più estreme delle latitudini australi, zone dove l’aria fredda dell’Antartide e quella calda degli oceani si mescolano originando intense depressioni atmosferiche amplificate dalle scarse terre emerse.

Forza del vento a parte, le regate intorno al mondo e le traversate in oceano mettono sempre i navigatori nelle condizioni di operare scelte fondamentali per la loro sopravvivenza (condizioni metereologiche a seconda, ovviamente), ovvero se percorrere il tragitto più breve, ma vicino alle terribili zone dei ghiacci polari oppure mantenersi a latitudini sicure, ma con rotte più lunghe.

E in questa libertà di scelta, ciascuno sceglie cosa e come può rischiare, più o meno consapevolmente. Nell’edizione 1997 del Vendée Globe, per esempio, ci furono diversi naufragi e un morto, il canadese Gerry Roufs disperso in mare. Onde evitare ulteriori tragedie, fin dal 2000 nelle regate di circumnavigazione, sono stati imposti nei regolamenti i cosiddetti cancelli “gate”, vale a dire passaggi obbligati che impediscono ai navigatori di avvicinarsi troppo all’Oceano Antartico.

Per seguire in real time barche e skipper, posizioni e classifiche potete collegarvi a questo link https://www.vendeeglobe.org/fr/cartographie

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